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domenica 10 aprile 2011

"Scrivetegli"




Sgusci via da tutto, paure, sentimenti, desideri: li custodisci, come abiti smessi, nell'armadio di una sconosciuta saggezza, e di un'isperata pace. Riesci a capirmi? Riesci a capire come tutto questo - sia bello?

[...]

E' un modo di perdere tutto, per tutto trovare.

Se riesci a capire tutto questo, mi crederai quando ti dico che mi è impossibile pensare al futuro. Il futuro è un'idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo. Ne parli così spesso, nelle tue lettere. Io faccio fatica a ricordarmi cosa vuol dire. Futuro. Il mio, è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull'altro, come se fossero uno solo.

[...]

C'è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e studia dove finisce il mare. In questi giorni, mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu arrivassi. E' un uomo buono e paziente. Mi stava ad ascoltare. E un giorno mi ha detto: "Scrivetegli". Lui dice che scrivere a qualcuno è l'unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l'ho messo in questa lettera. Lui dice, l'uomo con il nome buffo, che tu capirai. Dice che la leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un'ora o un giorno, non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai fra le braccia e mi bacerai.

Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. E' un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell'altra.

Niente potrà rubarmi il ricordo di quando, con tutta me stessa, ero la

tua Ann


da OCEANO MARE

ALESSANDRO BARICCO

domenica 23 gennaio 2011

La piazza e la roulotte


Shatzy tornò a casa che erano le cinque del mattino. Quando andava a letto con qualcuno, poi detestava dormirci insieme. Era ridicolo, ma trovava sempre qualche scusa e se ne andava. Si sedette sui gradini, senza entrare. Era ancora buio. C'erano rumori strani, rumori che di giorno non si sentono. Come briciole di cose che erano rimaste indietro, e adesso si davano da fare per raggiungere il mondo, e arrivare puntuali all'alba, nel ventre del rumore planetario.
C'è sempre qualcosa che si perde per strada, pensò.
Finire nel letto di uno che non hai mai visto prima è come viaggiare. Lì per lì è tutta una gran fatica, anche un pò ridicola. E' bello dopo, quando ci ripensi. E' bello averlo fatto, andare in giro il giorno dopo, pulite e impeccabili, e pensare che la notte prima tu eri là a fare quelle cose e a dire quelle cose, soprattutto a dire quelle cose, e a uno che non vedrai più.
Di solito non li vedeva mai più.
Devo smetterla, pensò.
Non si finisce da nessuna parte, così.
Sarebbe tutto più facile se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a essere felice rimanendo immobile. Tutte quelle storie sulla tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada?, sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto. Magari mi iscrivo in palestra, pensò. Ce n'era una lì vicino, che era aperta anche di sera. Perchè mi piace fare tutto di sera? Si guardo le scarpe, e i piedi nudi nelle scarpe, e le gambe nude sopra i piedi, fino al bordo della gonna, corta. Le calze, autoreggenti di seta, le aveva appallottolate nella borsa. Non riusciva mai a rimettersele, quando si alzava dal letto per rivestirsi e andarsene. Era come ricaricare le pistole dopo un duello. Stupido. Cosa ne dici vecchio Bird? Anche tu le rimettevi nella fondina scariche, le tue pistole, dopo aver sparato? Le appallottolavi e le cacciavi nella borsa? Vecchio Bird. Ti farò morire in un modo bellissimo.
Pensò di entrare e andare a dormire. Ma alla luce dei lampioni si vedeva la roulotte, immobile, posata nel giardino, un pò meno gialla del solito. Una volta alla settimana la lavava per bene, anche i vetri, e le gomme, tutto. A furia di vederla lì, ogni giorno, per mesi, era diventata un pezzo del paesaggio, come un albero, o un ponte su un fiume. Shatzy lo capì tutto d'un colpo, in quel buio da notte agli sgoccioli, con le calze da puttana appallottolate nella borsa: immobile, luccicante, gialla: non era più qualcosa che aspettava di partire. Era diventata una di quelle cose che hanno come compito rimanere, tenere ferme le radici di un qualche pezzo di mondo. Le cose che, al risveglio o al ritorno, hanno vegliato per te. E' strano. Ci si va a cercare marchingegni incredibili per farsi portare via lontano, e poi li si tiene accanto con un amore tale che lontano, prima o poi, diventa lontano anche da loro.
Stronzate, è solo questione di trovare una macchina, pensò.
City
Alessandro Baricco

sabato 14 agosto 2010

SILK


Tutto ciò che Hervé Joncour disse, sul suo viaggio, fu che le uova si erano dischiuse in un paese vicino a Colonia, e che il paese si chiamava Eberfeld.
Quattro mesi e tredici giorni dopo il suo ritorno, Baldabiou si sedette davanti a lui, sulla riva del lago, al limite occidentale del parco, e gli disse
-Tanto a qualcuno la dovrai raccontare prima o poi la verità.
Lo disse piano, con fatica, perchè non credeva, mai, che laverità servisse a qualcosa.
Hervé Joncour alzò lo sguardo verso il parco.
C'era autunno e luce falsa, tutt'intorno.
-La prima volta che vidi Hara Kei indossava una tunica scura, stava seduto a gambe incrociate, immobile, in un angolo della stanza. Sdraiata accanto a lui, col capo appoggiato sul suo grembo, c'era una donna. I suoi occhi non avevano un taglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina.
Baldabiou stette ad ascoltare, in silenzio, fino all'ultimo, fino al treno di Eberfeld.
Non pensava nulla.
Ascoltava.
Gli fece male sentire, alla fine, Hervé Joncour dire piano
- Non ho mai sentito nemmeno la sua voce.
E dopo un pò:
- E' uno strano dolore.
Piano.
- Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.
Risalirono il parco camminando uno accanto all'altro. L'unica cosa che Baldabiou disse fu
- Ma perchè diavolo fa questo freddo porco?
Lo disse a un certo punto.

venerdì 6 agosto 2010

Basterebbe in fondo un Pekisch che ci diriga per farci incontrare

Per terra, la terra è secca, e bruna, e dura. Se l’è bevuta il sole, per ore, cancellando una notte di acqua, e lampi, e boati. Finissero nel nulla, così, anche le paure. Sulla terra, poca polvere quasi immobile. Non c’è vento che se la porti via. La gente, con strana meticolosità, ha cancellato i segni degli zoccoli dei cavalli e i solchi delle ruote delle carrozze.
Tutta la strada come un tavolo da biliardo di terra bruna.
La strada è larga trenta passi. Divide in due il paese. Di qua dalla strada. Di là dalla strada. La strada è lunga mille passi, incominciando a contare dalla prima casa del paese e fermandosi all’angolo dell’ultima. Mille passi normali. Di un uomo normale, se c’è.
All’estremo sinistro della strada – sinistro guardando a mezzanotte – ci sono dodici uomini. Due file di sei uomini. Tengono in mano strani strumenti. Alcuni piccoli, alcuni grandi. Sono tutti immobili. Gli uomini, ovviamente, non gli strumenti. E guardano di fronte a sé. E dunque, forse, dentro di sé.
All’estremo destro della strada – destro guardando a mezzanotte – ci sono altri dodici uomini. Due file di sei uomini. Tengono in mano strani strumenti. Alcuni piccoli, alcuni grandi. Sono tutti immobili. Gli uomini, ovviamente, non gli strumenti. E guardano di fronte a sé. E dunque, forse, dentro di sé.
Nei mille passi di strada che dividono i dodici uomini di sinistra dai dodici uomini di destra non c’è niente e nessuno. Perché la gente – e qui gente non vuol dire semplicemente qualche passante, ma decine e decine di persone che messe insieme fanno centinaia di persone, diciamo quattrocento persone, forse anche di più, cioè tutto il paese e anche quelli venuti da lontano appositamente per essere lì, adesso……
Nei mille passi di strada che dividono i dodici uomini di sinistra dai dodici uomini di destra non c’è assolutamente niente e nessuno. Perché la gente se ne sta tutta assiepata e schiacciata tra i bordi della strada e le facciate delle case, ciascuno badando, nonostante la calca e la tensione, a non finire con un piede su quello che a tutti gli effetti ora si può definire, dopo tanto meticoloso lavoro, uno splendido tavolo da biliardo di terra bruna. E man mano che ci si avvicina all’ipotetico e in fondo reale punto di esatta metà della strada, là dove i dodici uomini di sinistra si incroceranno al momento giusto – al momento culminante – con i dodici uomini di destra, come le dita di due mani che si cercano e poi si trovano, come ruote di un grande ingranaggio sonoro, come fili di un tappeto orientale, come venti di una burrasca, come i due proiettili di un solo duello…..
E man mano che ci si avvicina alla metà esatta della strada, sempre più fitta si fa la calca, con la gente assiepata e stretta intorno a quel punto nevralgico, il più vicino possibile a quel confine invisibile dove si mescoleranno le due nuvole sonore ( come sarà, immaginarlo è impossibile), con gran affastellamento di occhi, cappellini, vestiti della festa, bambini, sordità di vecchi, scollature, piedi, rimpianti, lucidi stivali, odori, profumi, sospiri, guanti di pizzo, segreti, malattie, parole mai dette, occhialetti, immensi dolori, chignon, puttane, baffi, mogli vergini, menti spente, tasche, idee sporche, orologi d’oro, sorrisi di felicità, medaglie, pantaloni, sottovesti, illusioni – tutto un grande magazzino di umanità, un concentrato di storie, un ingorgo di vite versato in quella strada ( e con particolare violenza nel punto esatto all’esatta metà di quella strada) per fare da sponda alla traiettoria di una singolare avventura sonora – di una pazzia – di uno scherzo dell’immaginazione – di un rito – di un addio.
E tutto questo – tutto – a mollo nel silenzio.
Se si è capaci di immaginarlo, bisogna immaginarlo così.
Un silenzio infinito.
Non per altro: ma è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo. Così.






Lì sta l’orribile e il meraviglioso.
Non sarebbe poi niente se solo non si avesse di fronte l’infinito.
da "Castelli di rabbia"
Alessandro Baricco

lunedì 14 giugno 2010

Dion - Only you know OST


Ma sta attento: dato che noi non siamo calzini, ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di star dietro a un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi la si paga. E solo questo è davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante.



Calza perfettamente come un calzino.

venerdì 11 giugno 2010

Nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi


"Come glielo dici, a un uomo così, che adesso sono io che voglio insegnargli una cosa e tra le sue carezze voglio fargli capire che il destino non è una catena ma un volo, e se solo ancora avesse voglia davvero di vivere lo potrebbe fare, e se solo avesse voglia davvero di me potrebbe riavere mille notti come questa invece di quell'unica, orribile, a cui va incontro, solo perché lei lo aspetta, la notte orrenda, e da anni lo chiama. "

lunedì 31 maggio 2010

MOpe part.2


... un'intera notte passata a restituirsi la vita, l'un l'altra, con le labbra e con le mani, una ragazzina che non ha visto nulla e un uomo che ha visto troppo, uno dentro l'altra - ogni palmo di pelle è un viaggio, di scoperta, di ritorno - nella bocca di Adams a sentire il sapore del mondo, sul seno di Elisewin a dimenticarlo - nel grembo di quella notte stravolta, nera burrasca, lapilli di schiuma nel buio, onde come cataste franate, rumore, sonore folate, furiose di suono e velocità, lanciate sul pelo del mare, nei nervi del mondo, oceano mare, colosso che gronda, stravolto - sospiri, sospiri nella gola di Elisewin - velluto che vola - sospiri ad ogni passo nuovo in quel mondo che valica monti mai visti e laghi di forme impensabili - sul ventre di Adams il peso bianco di quella ragazzina che dondola musiche mute - chi l'avrebbe mai detto che baciando gli occhi di un uomo si possa vedere così lontano - accarezzando le gambe di una ragazzina si possa correre così veloci e fuggire - fuggire da tutto - vedere lontano - venivano dai due più lontani estremi della vita, questo è stupefacente, da pensare che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l'universo, e invece nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è meraviglioso - questo continuerebbero a raccontare nelle terre di Carewall, perchè nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi, mai - lontani abbastanza - per trovarsi -.
*
...forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta riconducendo in quei due corpi che si mescolano - e nemmeno è amore, questo è stupefacente, ma è mani, e pelle, labbra, stupore, sesso, sapore - tristezza, forse - perfino tristezza - desiderio - quando lo racconteranno non diranno la parola amore - mille parole diranno, taceranno amore - tace tutto, intorno.
*
E' la musica che è difficile, questa è la verità, è la musica che è difficile da trovare, per dirselo, lì così vicini, la musica e i gesti, per sciogliere la pena, quando proprio non c'è più nulla da fare, la musica giusta perchè sia una danza, in qualche modo, e non uno strappo quell'andarsene, quello scivolare via, verso la vita e lontano dalla vita, strano pendolo dell'anima, slavifico e assassino, a saperlo danzare farebbe meno male, e per questo gli amanti, tutti, cercano quella musica, in quel momento, dentro le parole, sulla polvere dei gesti, e sanno che, ad averne il coraggio, solo il silenzio lo sarebbe, musica, esatta musica, un largo silenzio amoroso, radura del commiato e stanco lago che infine cola nel palmo di una piccola melodia, imparata da sempre, da cantare sotto voce.

domenica 30 maggio 2010

MOpe


Dentro il mare. C'era da non crederlo. L'appestato e putrido mare, ricettacolo di orrori, e antropofago mostro abissale - antico e pagano- da sempre temuto e adesso, d'improvviso
t'invitano, come a una passeggiata, ti ordinano, perchè è una cura, ti spingono con implacabile cortesia
dentro il mare. E' la cura alla moda, ormai. Mare preferibilmente freddo e fortemente salino e mosso, giachcè l'onda fa parte integrante della cura, per ciò che di temibile porta con sè, tecnicamente da superare e moralmente da dominare, in una sfida paurosa, a ben pensarci, paurosa. Tutto nella certezza - diciamo nella convinzione - che il grande grembo marino possa spezzare l'involucro della malattia, riattivare i canali della vita, moltiplicare il salvifico secernere delle ghinadole centrali e periferiche
linimento ideali per idrofobi, malinconici, impotenti, anemici, solitari, malvagi, invidiosi,
e pazzi. Come il pazzo che portarono, a Brixton, sotto lo sguardo impermeabile di dottori e scienziati, e immerso di forza nell'acqua gelata, squassata dalle onde, e poi tirato fuori e, misurate reazioni e controreazioni, di nuovo immerso, con la forza, beninteso,
otto gradi centigradi, la testa sotto l'acqua, lui che riemerge come un urlo e la forza animale con cui si libera di infermieri e addetti vari, tutti nuotatori esperti, ma non serve a nulla contro il cieco furore dell'animale, che scappa- scappa - correndo nell'acqua, nudo, e gridando il furore di quella pena micidiale, la vergogna, il terrore. Tutta la spiaggia gelata dal turbamento, mentre quell'animale corre e corre, e le donne, da lontano, girano lo sguardo, benchè certo vorrebbero vedere, eccome vorrebbero vedere, la bestia e la sua corsa, e, diciamolo, la sua nudità, proprio quella, la sconnessa nudità che brancola nel mare, addirittura bella in quella luce grigia, di una bellezza che perfora anni di santa educazione e colleggi e rossori e dritta va dove deve andare, su per i nervi di timide donne che nel segreto di gonne enormi e candide
le donne. Il mare sembrava, tutto d'un tratto, averle aspettate da sempre. A credere ai medici, stava lì, da millenni, perfezionandosi pazientemente, nell'unico preciso intento di offrirsi come unguento miracoloso da offrire alle loro pene, dell'animo e del corpo. Così come andavano ripetendo in salotti impeccabili, a mariti e padri impeccabili, gli impeccabili dottori, sorseggiando tè, e misurando le parole, per spiegare, con paradossale cortesia, che lo schifo del mare, e lo choc, e il terrore, era, in vero, serafica cura, per sterilità anoressie, sfinimenti nervosi, menopause, sovraeccitazioni, inquietudini, insonnie. Ideale esperienza per sanare i turbamenti della giovinezza e preparare alla fatica dei muliebri doveri.

martedì 25 maggio 2010

Amo (da pesca)


Fare l'amore così, la notte che lui tornava, era un pò più bello, un pò più semplice, un pò più complicato che in una notte qualunque. C'era di mezzo qualcosa come lo sforzo di ricordarsi qualcosa. C'era di mezzo un sottile timore di scoprire chissachè. C'era di mezzo il bisogno che fosse comunque bellissimo. C'era di mezzo una voglia un pò impaziente, un pò feroce, che non c'entrava con l'amore. C'era di mezzo un sacco di roba
...
Il sesso cancella fette di vita che uno nemmeno si immagina. Sarà anche stupido, ma la gente si stringe con quello strano furore un pò panico e la vita ne esce stropicciata come un bigliettino stretto in un pugno, nascosto con una mossa nervosa di paura. Un pò per caso, un pò per fortuna, spariscono nelle pieghe di quella vita appallottolata mozziconi di tempo dolorosi o vigliacchi, o mai capiti. Così.

Alessandro Baricco
"Castelli di rabbia"

lunedì 26 aprile 2010

L'educazione non prevede che cosa?

Praticamente non studio. Praticamente ho sei libri da studiare, in sette giorni. Cazzo! Praticamente non so da che parte prendere e con che coraggio mi presenterò, perchè per farlo lo farò di sicuro.
Gli racconterò di come sono stata in queste ultime settimane e gli dirò che pensavo di andare a Follonica anzichè studiare la sua cazzutissima materia.
La cosa buffa è che non sto studiando, ma faccio le 'pause studio', perchè le 'pause studio' sono sempre una cosa piacevolissima. Le riempio leggendo cose, immedesimandomi in cose, in quei linguaggi artistici prodotti da altri che io sfrutto come degli schiavi filippini. E' bello, perchè almeno una cosa l'ho imparata, cioè che il codice linguistico è pluripotenziale (che novità!) e tra le tante simpatiche cose che può fare c'è creare mondi impossibili (oh yes, si pensi all'uso letterario della lingua...). E' meraviglioso, non c'è il limite dell'esistente, non vi è un campo di esperienze stabilite a priori. E' tutto ciò ed altro che mi ha sempre fatto amare visceralmente la lingua.
Ecco, tra le tante cose lette nelle mie pause studio, c'era anche questa:

Ha 38 anni...Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna.
Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità.
Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive.
Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste; ma ha una vita da raccontare.
E a chi, se non a lei?
Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle:
Ti aspettavo.
Oceano di mare
Alessandro Baricco
Non vi ha almeno un pò riscaldato il cuore?