giovedì 29 luglio 2010

PARLER SEUL




Tornare da Londra è uno scompenso.
Tornare da Londra in un paesino dove il numero delle bestie da soma per poco non supera quello degli esseri umani lo è ancora di più.
Un' escursione psicologica troppo vertiginosa per i miei nervi giovani e stanchi. Oggi soprattutto non andava. No, ho chiuso le finestre, anzi non le ho proprio aperte, e mi sono lasciata coccolare da un piacevole brainstorming. E da Facebook, fedele compagno inseparabile. Siamo sicuri che 'Alla ricerca del tempo perduto' non l'ho scritto io? Non è che io sono Kafka?!
(mi piacerebbe)
C'è un'unica cosa che ha dato un senso alla mia giornata: farmi venire il pallino del dadaismo. In meno di ventiquattro ore mi sono convinta che il perfetto tatuaggio per me sarebbe scrivere sulla spalla destra, a lato, in caratteri corsivi ed eleganti: Dada non significa nulla. Domani cambierò idea probabilmente.
Dada est contre le futur. Dada est mort. Dada est idiot. Vive Dada.
Yuppie!
Sarà che questo fare a pugni con il trovare un senso all'esistenza in questo mio paesino con le bestie da soma mi ha naturalmente condotto alla ricerca di un'arte in cui è il senso delle cose tutte a fare a pugni con il concetto di senso stesso, non so se mi spiego.
Prendete un pisciatoio qualunque -anzi orinatoio per essere più fini- e chiamatelo, secondo la santa arbitrarietà della lingua, Fontana. Ecco che ora avrete l'inderogabile diritto di prendere questo orinatoio e di ficcarlo in un museo e farlo ammirare da miglia di persone che con la bocca leggermente aperta in segno di stupore esclameranno: "Oh mio Dio, questo sì che è rivoluzionario".
Era il 1917 e Marcel Duchamp il bricconcello che ebbe questa pensata. L'anno dopo Tristan Tzara, uomo per principio contro i manifesti e contro i principi, ne scrisse il Manifesto che, date le premesse, non poteva che essere quanto di più futile potesse esistere sulla terra. Tuttavia, se davvero la novità somiglia alla vita tanto quanto l'ultima apparizione di una cocotte dimostri l'essenza di Dio, tanto vale, in una giornata senza senso, perdersi del tutto nel non senso, e in ciò ritrovarne un pò. Va da sè che Tristan Tzara era un tipo che detestava il buon senso.

"...
DADA non significa nulla.
...
Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un'arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano e relativo.
L'opera d'arte non deve rappresentare la bellezzza che è morta. Un'opera d'arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all'unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l'umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informe entità variabile: l'uomo? Parlo sempre di me perchè non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l'arte che gli pare.
Così nacque DADA da un bisogno di indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali. Forse che l'arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.
..."

Vive Dada. Tra i più grandi perditempo scazzati della storia dell'arte.

domenica 4 luglio 2010

SONO IL TRICHECO #1




Non come vorrei che tu ci fossi, ci sei.
E siccome comunque ci sei
sono allegra. Allora sono allegra, certo, quando chiami il mio nome.
Non come vorrei essere allegra
ma quando cazzo mai si ha quello che si vuole nella sua splendida e cazzutissima perfezione di totalità?!
(Mai o quasi).
Perciò mi tengo quest'allegria qui e la considerazione che la nostra è una generazione di sboccati e scurrili che trova perverso compiacimento nell'introdurre più e più volte nel discorso termini in fondo del tutto arbitrari che alludono a parti del corpo, per varie ovvie ragioni, non baciate dai raggi del sole (anche se con questo caldo prepotente ci si potrebbe fare un pensierino).
Ho scritto tante dolci parole.
Pensare che altri - altri -, le hanno anche apprezzate alle volte.
Ho questa mania di pubblicare il privato, non so perchè. Voglio dire, forse perchè pubblicamente potresti capirle meglio tutte quelle stronzate e capire che sono vere.
Scusa, lo sa il diavolo.
Io sogno ancora nel mio scrivere. Sogno ancora.
Di cose semplici, reiterate, abusate: sono cresciuta con Gozzano e la Signorina Felicita, con Corrazzini e il 'non chiamarmi poeta'.
Così, sogno i ciliegi in fiore nel giardino di un'eterna primavera -come nei manga giapponesi, sai- e, seduti là sotto, tu credi alle mie parole. Sì.
E i tuoi occhi sono i miei, le tue mani sulle mie, mie, tuo. Sono il tricheco.
Che ne sarà di quelle due oscurità in cui timidamente avrei voluto perdermi?
Che ne sarà dei ciliegi in fiore che erano duofobi?
E delle mie paroline?
Non sono - tutte- altro che un'invocazione che mai sarà finita di te a me. Mai sarà finita.
Manca il coraggio, c'è che la pietà è andata a farsi fottere dalla speranza.
Arriverà qualche altra stronza, lo so. Arriverà e c'è di buono che non potrà mai capire nulla di tutto questo.
Mi è rimasta giusto quel tanto di ironia utile alla causa, mio giudice.
Sentenza:
Smettere di pensare


(a te).
VIC