mercoledì 9 settembre 2009

Considerazioni pt.2




IO: - Ma perchè non rilegano più i libri come facevano una volta, con le copertine rigide e tutto il resto?! Erano più belli, decisamente.

SORELLA: - Bhè, è ovvio che adesso così costano molto meno!

IO: - Vedi! Alla fine ogni cosa porta alle stupide leggi di mercato e ogni cosa esiste solo in funzione di quelle...odioso capitalismo che ci intacca fin nel midollo!

S.: - Ahahahah!

IO: - C'è poco da ridere. Siamo alla deriva del sentimento!

S.: - Pallina, parli come un libro!

IO: - Per Dio!

Con tutto ciò, ho ritrovato in soffitta un libro di mio padre risalente all'anno, bhè veramente non lo so perchè le prime pagine di copertina non esistono più, comunque costava nove lire quindi bisogna andare un pò indietro nel tempo, è sicuramente vintage ^_^. Ma ciò che importa è che mi insegnerà la fonetica e la morfologia del francese, sento che posso farcela a combattere e vincere la mia lotta con la lingua d'oil grazie a questo prezioso e antico manuale appartenuto all'insigne Pietro Primo! Seguendo i miei buoni principi ho cercato anche di rimetterlo insieme e rilegarlo all'antica maniera, ma diciamo che l'estetica non è delle migliori...chiamerò in mio soccorso 'La rilegatrice dei libri proibiti'!

martedì 8 settembre 2009

CHI C**** SONO GLI ARCTIC MONKEYS?


Vi ricordate quell’ EP uscito nel 2006, giusto dopo il celebre Whatever people say I am, that’s what I’m not ? Conteneva 5 tracce e l’ultima era proprio quella eponima: Who the fuck are Arctic Monkeys? Già chi diavolo sono queste Scimmie Artiche, ma, domande esistenziali a parte, è curiosa perché è un tipico esempio della..non saprei, cinicità?! presente in alcuni testi del nostro Alex. Qualcuno di non ben definito “ha spinto la sua fede ai limiti, fin quasi a farlo perdere, but they’re stick to the guns, don’t care if it’s marketing suicide…”,pronunciato in modo ben scandito, vorrei aggiungere. Ecco, era questo il pezzo che mi interessava. Chissà se ciò che Alex stesso scrisse ormai tre anni fa si rivelerà una premonizione nefasta o se questo coraggioso terzo album, Humbug uscito da poco, vincerà la sfida! Io devo ammettere che sono estremamente di parte! e spero possa simboleggiare un successo nella carriera delle nostre scimmiette, dopo i già pluripremiati album precedenti verso cui non posso che nutrire un particolare legame affettivo, perché basta sentire qualcosa come He used to get in your fishnets, now you only get in your nightdress che la mia mente ritorna nostalgicamente allo scantinato situato tra Oxford Street e Tottenham Court Road, ma –come dico spesso- that’s another story!
E’ probabile che Humbug abbia ridotto drasticamente la cosiddetta fanbase dei nostri bardi ed è altrettanto probabile che a questi ultimi non gliene importi più di tanto, poiché più volte hanno dimostrato di non essere un gruppo desideroso di avere ragazzine urlanti, deliranti e quant’altro in prima fila ai loro concerti (quindi anche la sottoscritta si dovrà saggiamente limitare ^_^): più piccola e più selezionata.

Gavin Haynes –NME- dice qualcosa tipo che Humbug è simile a un viaggio allucinogeno (non saprei come altro tradurre peyote-trip) e, come ogni altro viaggio allucinogeno, può risultare a tratti rigido (sticky), claustrofobico, come se il tuo cuore fosse sul punto di esplodere.E’ un album (e qui continuo a tradurre quello che dice Mr. Haynes) che estende il trend di Favourite Worst Nightmare riuscendo a essere compatto, tozzo sino al limite della brutalità. Gli Arctic del resto hanno sempre avuto un loro modo intelligente di rivoltare i clichè del rock – le loro canzoni raramente iniziano o finiscono dove in teoria dovrebbero. In Humbug, generalmente, quando le parole finiscono, la canzone finisce. Le strutture sono capovolte, spesso in modo intrigante. C’è bisogno di un po’ di ascolti solo per capire come mai Secret Door appaia così disordinata, instabile, prima di notare che la sequenza è: ritornello, strofa, intermezzo, strofa, intermezzo, ritornello, ritornello.
A causa di tutta la sua onesta furia, ci sono dei momenti in cui non riescono a trovare quella marcia in più, e il rapporto tra la texture della canzone e il cantato si sbilancia nella loro impazienza di cambiare direzione, verso il futuro. Potrebbe essere considerato un ‘band album’, tuttavia è la cifra stizzosa di Alex Turner che fa da vera protagonista in questo show. Il verso che apre My propeller cade leggero come una piuma: “If you can summon the strength”, poi una pausa –un’elegante, teatrale pausa, “tell me”. Se Miles Davis era tutto preso dagli ‘spaces in between the notes’, Turner si sta adesso specializzando negli spazi tra le parole. Il suo modo di esprimersi è diventato davvero sensibile; the twists and turns of his lips are immacolate (ahahahah!)
Il ritornello intricato di Crying Lightning lascia piuttosto freddi al primo ascolto, ma la ripetizione gli permette infine di fissarsi in testa. Potion approaching, pesantissima, apre la strada alla faticata di Fire and the thud e Dance little liar, un senso di torpore sudato che ci abbandona solo in Cornerstone, prima che il calore del suono trovi il suo apice nella poesia-nonsenso con intento di rimprovero/attacco di Pretty visitors.
E qui ci troviamo di fronte alla ‘wake-up call’ per tutti quelli che nel 2006 avevano affermato che Alex Turner fosse una sorta di poeta della gente. E’ un poeta, ok, ma anziché immergere se stesso nella sua arte –come sta facendo il Morrissey dell’ultimo periodo- sembra abbia speso gli anni trascorsi cercando di fuggire la sua persona. [Pezzo intraducibile, ho troppo sonno per concentrarmi!].
Humbug conferma il suo genio, ma in un modo più astratto piuttosto che dinamico, in movimento. Dicendola con le solite sentenze critiche, è cresciuto o comunque sta crescendo. Uno per i fans. Coraggioso. Amante delle sfide. E vari altri clichés che suggeriscono che gli Arctic hanno raggiunto il punto in cui le persone che li amano molto se li terranno ancora più stretti al cuore e invece le persone a cui piacevano solo così si chiederanno ‘who the fuck they are in five years’ time’.
Se My propeller è l’overture di apertura, come un presagio, Jeweller’s hand è la sua compagna che chiude il racconto. Il viaggio è finito. Ma quella vena di follia, anziché lasciarci, sembra volerci invitare a seguire il motivetto del pifferaio lungo le colline di una Mad Land. “A procession of pioneers…all drowned” proferisce Turner. Certo che sono affogati, cinici bastardi! Nessuno esce vivo from the Arctic’s world. Sono fatalistici, scettici leziosi che non assumeranno mai e poi mai l’opinione più leggera. Sono esattamente il tipo di rock’n’roll band in cui non dovresti mettere la tua vita tra le mani. Ed è esattamente il motivo per cui dovresti amarli anche di più!

I miei ringraziamenti a Gavin Haynes e alla sua recensione che appoggio in pieno a parte quando dice che Alex è un poeta, concetto su cui, grazie a Dio, ho delle idee piuttosto intransigenti, ma va bhè…négligons!

1977


UN MATTINO TI SVEGLIERAI E CAPIRAI DA CHE PARTE DEL LETTO SEI STATO SDRAIATO

AMORI RIDICOLI, correva l'anno 1968

Leggermente alta, "alta come il sole", e senz'altro sdraiata sul suo divano verde-fondo-di-bottiglia consunto leggermente. Aveva appena finito di guardare "Divorzio all'italiana" e forse il bianco e nero e Mastroianni le avevano messo un pò di malinconia, come al solito. Mastroianni soprattutto, la voglia di trasformare in una pellicola all'italiana, all'americana -che poi fa lo stesso- la vita o quel che ne rimaneva lì sul divano verde bottiglia. C'est possible, oui!... Non aveva idea di dove abitasse, che colore avesse la sua casa, chissà poi se abitava in una villetta a schiera in mezzo a tante villette a schiera o in uno sputo di bilocale, chissà se divideva la sua stanza con qualcuno e se sulle pareti del suo letto erano rimasti appiccicati reperti della sua adolescenza dissolta ormai da tempo...chissà se dormiva con qualcuno quella notte o se magari stava ascoltando una canzone di Billy Holiday.
Lei amava Billy Holiday, soprattutto amava ascoltare I'm a fool to want you pensando che you fosse proprio quello sconosciuto conosciuto distrattamente dietro il bancone del bar di via A. e amava pensare che ogni volta le capitasse di ascoltare I'm a fool to want you qualcosa glielo facesse capire, che lei stava pensando a lui. Una scossa di terremoto, una foglia caduta in testa, che si rompesse un bicchiere o che gli venisse voglia di preparare una torta al cioccolato, qualsiasi cosa. L'essenziale è che quando ci si innamora si diventa simbolisti. Simbolisti.
E non era quella cosa del crescere insieme, condividere i più intimi segreti. No no, via, lei lo amava perchè non lo conosceva affatto, niente di lui era corruttibile, meglio di carne di pavone. Certo, amava, non è proprio la parola esatta, ma con Billy Holiday in sottofondo non le restava che pensare all'amore. "I can't get along without you, bisogna che glielo dica prima o poi". In fondo era proprio così, l'ignoto ancora da esplorare, minuziosamente, capillarmente, la sua America nel settembre-che-precede-ottobre 1492.
Allora si ricordò di Mastroianni e tutto il resto, chiuse gli occhi e iniziò a immaginare questa scena. Com'era tutto perfetto, la colonna sonora in particolar modo.
E' in macchina e viaggia troppo veloce, come al solito, pensa al verso di una poesia di Neruda letto indefiniti anni prima "...sentire la notte immensa, ancora più immensa senza di lei (lui, dovrei dire!)/E il verso scende sull'anima come rugiada sul prato..." "Baci Perugina" pensa, e poi ride. Parcheggia sul ciglio della strada, è finalmente arrivata a quella casa sconosciuta, sotto quella finestra altrettanto sconosciuta e si sente una Giulietta trasformata in Romeo pronta a cadere nell'oblio. E' lì ormai, è lì, e non sarebbe per niente giusto riaccendere il motore e tornare a casa, non prima di aver afferrato una manciata di leggeri sassolini e averli tirati contro la sua sconosciuta finestra e aver gridato con lingua sconosciuta: Wait! They don't love you like I love you!!!!!!

Vai a capire perchè proprio quella di frase. Ad ogni modo, speriamo che abbia almeno il doppio vetro.

lunedì 7 settembre 2009

Patrizio Lupo

Qual è il look di Patrick Wolf che maggiormente preferite, un biondo selvaggio alla Lycanthropy (2004), un nero intrigante -speriamo non ideologico- alla Wind in the wires (2005), o infine il rosso esplosivo -chissà mai se ideologico- di The magic position (2007)? Oppure si può sempre proporre a Mr. Wolf qualche nuovo cambio di immagine in cui ancora non si sia cimentato, già, perchè ultimamente ci ha un pò deluso tornando, in concomitanza con l'uscita di The Bachelor (2009), a una ormai già vista chioma dorata. Io personalmente mi aspettavo un viola, un verde, new record new-color. E invece no. Tuttavia devo ammettere che questo "bachelor"ancora non l'ho ascoltato, mi ero ripromessa di andarne alla ricerca nei cunicoli della Feltrinelli o in qualsiasi altro posto, ma ancora non l'ho fatto... Ebbene sì, provo ancora piacere nel comprare i cd originali e faccio soprattutto provare tanto piacere al mio smilzo portafoglio. Ma tornando a noi, non l'ho ascoltato e di conseguenza non posso dare personali giudizi a riguardo, mi limito a citare alcune brevi e sintetiche recensioni certamente più autorevoli delle mie: "...Patrick Wolf is unlike any singer-songwriter around. More radical, more talented, more confouding" Observer; "14 shape shifting tracks coalescing into one epic psychodrama...the ballads swoop and soar like vintage Kate Bush...complex and beautiful" Q; "a whispered breath away from sheer perfection" Clash; "an album that rushes over you like a waterfall, demanding awe" NME.
Devo proseguire?! Abbiamo capito che a questi tizi The bachelor è piaciuto e forse non saranno 19 euro, o quello che è, buttati via. Sono convinta che, avendo lo scopo di impressionare, queste pitiche sentenze tendano sempre all'esagerazione, tuttavia sono anche convinta del fatto che Patrick Wolf, eccentricità a parte, sia davvero un artista degno di considerazione, che ha vissuto delle esperienze particolari -come vivere i primi anni della sua giovinezza facendo soldi suonando per strada con un gruppo chiamato Maisons Criminaux, conducendo un' esistenza in perfetto stile bohèmien - e che questo sia a volte chiaramente percepibile nelle sue lyrics. Ed è questo che affascina, come possa passare da testi di crudo realismo come The childcatcher, a pezzi più prettamente elettronici -vedi Bloodbeat-, fare il giocherellone in The magic position per poi trasformarsi in un tearjerker in Wind in the wires o Augustine. Quella di reinventarsi penso sia una delle doti più apprezzabili in un musicista e personalmente detesto chi prosegue nella sua carriera rimaendo sempre uguale a se stesso (tipico esempio: Oasis! se esiste un aggettivo per definirli per me è monolitici...ma è un'osservazione prettamente soggettiva!!)
Venendo al presente, non conosco l'abum ma, dovendo andare a vederlo questo venerdì, ho compiuto almeno l'erculea fatica di ascoltare il suo singolo, dal titolo quanto mai dickensiano, Hard Times, sul tubo catodico. Prima impressione: mi sembra di essere in una scena di Velvet Goldmine e lui mi sembra che voglia imitare un pò troppo the white duke. Seconda impressione: il pezzo è indubbiamente orecchiabile, soprattutto trattandosi di lui. Terza impressione: ho paura che questa sua ricerca infinita dello sfarzo, questo suo tentativo impagabile di colpire (e ritorniamo appunto in un immaginario alla Bowie dei tempi d'oro) finirà col prevalere sul suo talento. E difatti c'è già chi si lamenta affermando: I used to love Patrick, I USED TO, oppure Do we really need more of this bland fashion nonsense? . Per chi ha visto Velvet Goldmine, sa come va a finire la storia, per chi non l'ha visto glielo consiglio!
Tuttavia il testo mi sembra azzeccato, sì -se vogliamo essere puntigliosi-, è abbastanza intriso di luoghi comuni,i quali però restano pur sempre concetti che ben descrivono the real hard times we're going through, su questo non penso si possa contraddirlo... E poi ho una certa fissa per la parola "revolution" nelle canzoni, mi piace l'immaginario che si forma nella mia testa quando penso alla parola rivoluzione, tanto più se è in musica, quindi un punto in più to the line: I'll work harder, harder for resolution, show me some revolution. The battle will be won!
Finirei con questa punta di ottimismo, chissà se sarcastica o meno e nel frattempo attendo di vederlo dal vivo.

domenica 6 settembre 2009

Siamo al crepuscolo della poesia


LE COSE CHE FANNO LA DOMENICA


L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.

Il canto del gallo nel pollaio.

Il gorgheggio dei canarini alle finestre.

L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.

La biancheria distesa nel prato.

Il sole sulle soglie.

La tovaglia nuova nella tavola.

Gli specchi nelle camere.

I fiori nei bicchieri.

Il girovago che fa piangere la sua armonica.

Il grido dello spazzacamino.

L’elemosina.

La neve.

Il canale gelato.

Il suono delle campane.

Le donne vestite di nero.

Le comunicanti.

Il suono bianco e nero del pianoforte.

Le suore bianche bendate come ferite.

I preti neri.

I ricoverati grigi.

L’azzurro del cielo sereno.

Le passeggiate degli amanti.

Le passeggiate dei malati.

Lo stormire degli alberi.

I gatti bianchi contro i vetri.

Il prillare delle rosse ventarole.

Lo sbattere delle finestre e delle porte.

Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.

I bambini che giuocano nei viali al cerchio.

Le fontane aperte nei giardini.

Gli aquiloni librati sulle case.

I soldati che fanno la manovra azzurra.

I cavalli che scalpitano sulle pietre.

Le fanciulle che vendono le viole.

Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.

Le colombe che tubano sul tetto.

I mandorli fioriti nel convento.

Gli oleandri rosei nei vestibuli.

Le tendine bianche che si muovono al vento.

Corrado Govoni

Poesie (1903)


Everyday is like Sunday...



sabato 5 settembre 2009

Pensieri simpaticòs

A volte mi sovviene, guardando Skins -sì, tipico telefilm britannico, con adolescenti complessati che vivono esperienze al limite della veridicità, tronfi del loro universo fatto di sesso,droga e rapporti complicati-, di riflettere sull'esistenza. Oh, certo, che pensiero profondo riflettere sull'esistenza umana, andare alla ricerca di una risposta al quesito ancestrale:- Esiste un Dio e se esiste si cura di quello che faccio o è impegnato a giocare a scacchi con il suo coro di angioletti tutt'intorno?! Socrate sarebbe certamente fiero di me. Tuttavia è così. Non che eserciti e metta in moto la facoltà che mi rende diversa dagli altri animali solo quando guardo Skins, solo che oggi, per qualche strana ragione, vedere la puntata in cui muore il padre di Sid, quando lui entra in casa e vede il corpo di suo padre immobile, freddo, seduto sulla sua poltrona nella stessa posizione in cui l'aveva lasciato la sera prima, una mano che impugna ancora il bicchiere e l'altra che regge ciò che è rimasto del mozzicone di una sigaretta, bhè mi ha messo una tristezza enorme. Per come a volte la vita possa essere insulsa, per come sia profondamente insulso morire su una stupida poltrona in completa solitudine dopo aver combattuto nell'anonimato le tue piccole battaglie quotidiane a cui inevitabilmente finisci per attribuire una grande importanza! E chissà se poi Dio smetterà di giocare con i suoi angioletti per accoglierti e aprirti le porte del Settimo Cielo, dell'agognato Empireo??! Ma non vorrei finire, dato il mio materialismo in via di formazione a proposito di questo argomento, con l'essere troppo blasfema. Tuttavia mi resta inevitabile pensare se oltre al concetto racchiuso in quella spledida poesiola di Orazio, quella del Carpe Diem, per intenderci, resti qualcos'altro degno di considerazione..voglio dire, pensandoci, quei versi restano alcune tra le cose più intelligenti che siano mai state composte e tanto precocemente! E sinceramente non lo so, sono convinta di essere troppo giovane e troppo ignorante per trovare una risposta. L'unica soluzione è non interrogarsi affatto però, no, non è così che funziona e personalmente sono troppo ossessionata da questo pensiero che per andare avanti sia necessario essere ottimisti, mentre invece, ricordi ormai passati di liceo, mi si illuminavano gli occhi quando il mio buon vecchio professore di filosofia mi diceva: - Signorì, mi parli unppò di Schopenhauer (con inevitabile storpiatura salernitana della pronuncia!). Il mio poco salutare maestro di vita.
Ma non prestate troppa fede alle mie parole, se vi capita di vedere Skins, seguite il loro esempio: fate sesso, drogatevi e abbiate rapporti complicati! Oddio, non è che mi censurano? Scherzavo! Elogio alla moderazione.

Non chiederti -non è dato saperlo- quale fine a me e a te
abbiano gli Dei assegnato, Leucònoe, e non interrogare le cabale
di Babilonia. Meglio, qualsiasi cosa accadrà, sopportarla!
Molti inverni ci abbia Giove concesso, o ultimo questo
che ora contro opposte scogliere affatica il mare Tirreno,
filtra, saggia, i vini e per un breve spazio una speranza
lunga recidi. Noi parliamo, e già è fuggita l'invidiosa
età. Afferra l'oggi, meno che puoi credendo nel domani.
(Orazio - Carmina, I, 11)

(traduzione italiana -con la quale viene a mancare tutto il fascino e il ritmo dell'esametro!- a cura di P. Bufalini)

venerdì 4 settembre 2009

20 ANNI

Trasferirsi da un piccolo paesino di provincia, sperso tra i monti, in una grande città. Topos.


Mi mancheranno i parcogiochi, gli animali, scovare i vermi nel terreno.

Mi mancherà il confort di mia madre e il peso del mondo; mi mancherà mia sorella, mio padre, il mio cane, la mia casa.

Sì, mi mancherà la noia, la libertà e il tempo trascorso sola.

Ma non c'è nulla, veramente nulla che possa fare.

L'amore va dimenticato! La vita può sempre ricominciare da capo, nuova.

Ogni cosa deve seguire il suo corso.

Soffocheremo nel nostro vomito e quella sarà la fine.

Siamo destinati a fingere.


mercoledì 2 settembre 2009

Pt. 2

...Io sono dentro la musica. Negli specchi roteano globi di fuoco; anelli di fumo li circondano velando e svelando il duro sorriso della luce. Il mio bicchiere di birra s'è rimpicciolito, si accoscia sulla tavola: ha aspetto denso, indispensabile. Voglio prenderlo e soppesarlo, stendo la mano...Mio Dio! E' questo, soprattutto, che è cambiato, sono i miei gesti. Questo movimento del mio braccio si è sviluppato come un tema maestoso, è scivolato lungo il canto della negra; m'è parso come se danzassi. Il viso di Adolfo è là, posato contro il muro color cioccolato; sembra vicinissimo. Nel momento in cui la mano si richiudeva, ho visto la sua testa; aveva l'evidenza, la necessità d'una conclusione. Premo le mie dita contro il bicchiere, guardo Adolfo: sono felice.
-Ecco!
Una voce si slancia su un fondo di rumore. E' il mio vicino che parla, il vecchio cotto. Le sue guance fanno una macchia viola sul cotto marrone del sedile. Fa schioccare una carta contro il tavolo. La maniglia di quadri.
Ma il giovanotto dalla testa di cane sorride. Il giocatore rubicondo, chino sulla tavola, lo spia di sotto in su, pronto a scattare.
-Ed ecco!
La mano del giovanotto esce dall'ombra, si libra un istante, bianca, indolente, poi si precipita come un nibbio e schiaccia una carta contro il tappeto. Il grosso rubicondo dà un sobbalzo.
- Merda! Lui taglia.
La sagoma del re di cuori appare tra le dita raggrinzite, poi lo si rovescia, e il giuoco continua.
Bel re, venuto così di lontano, preparato da tante combinazioni, da tanti gesti scomparsi.
Eccolo che scompare a sua volta, affinchè nascano altre combinazioni e altri gesti, attacchi e repliche, cambiamenti di fortuna, una folla di piccole avventure.
Sono emozionato, sento il mio corpo come una macchina di precisione in riposo. Io sì che ho avuto delle vere avventure. Non ne ritrovo alcun particolare, ma scorgo la rigorosa concatenazione delle circostanze. Ho traversato i mari, mi sono lasciato dietro città, ho risalito i fiumi, oppure mi sono addentrato in foreste, e sempre andavo verso altre città. Ho avuto delle donne, mi sono battuto con dei tipi, e mai sono potuto tornare indietro, così come un disco non si può girare a rovescio. E dove mi conduceva tutto questo? A questo minuto, a questo sedile, in quella bolla di luce tutta ronzante di musica.
And when you leave me
Già, io che provavo tanto piacere, a Roma a sedermi in riva al Tevere, a Barcellona, la sera, a scendere e riscendere cento volte i Ramblas, io che vicino ad Angkor, nell'isolotto del Baray di Prah-Kan, vidi un baniano intrecciare le sue radici intorno alla cappella dei Nagas, sono qui, vivo nello secondo di questi giocatori d'ombra; ascolto una negra che canta, mentre di fuori vaga la debole notte.
Il disco s'è fermato.
La notte è antrata, dolciastra ed esitante. Non la si vede, ma è qui, vela le lampade; nell'aria si respira qualcosa di denso: è lei. Fa freddo. Un giocatore spinge le carte in disordine verso un altro che le ammucchia. Una è rimasta indietro. Che non la vedano? E il nove di cuori. Infine qualcuno la prende e la dà al giovanotto dalla testa di cane.
-Ah, è il nove di cuori!
Bene, ora me ne vado. Il vecchio paonazzo si china su un foglio succhiando la punta d'un lapis. Maddalena lo guarda con occhio chiaro e vacuo. Il giovanotto gira e rigira il nove di cuori tra le dita. Mio Dio!...
Mi alzo a fatica: nello specchio, sopra il cranio del veterinario vedo scivolare un viso inumano.
Tra poco me ne andrò al cinema.

martedì 1 settembre 2009

Cadeau

" [...] Maddalena gira la manovella del fonografo. Purchè non si sia sbagliata, purchè non abbia messo come l'altro giorno la romanza della Cavalleria Rusticana. No, è prorpio questa, riconosco il motivo delle prime battute. E' un vecchio ragtime con ritornello cantato. L'ho sentito fischiettare nel 1917 da soldati americani per le strade di La Rochelle. Dev'essere di prima della guerra. Ma l'incisione è molto più recente. Con tutto è il più vecchio disco della collezione, un disco Pathè per puntina di zaffiro.
Tra un momento ci sarà il ritornello: è soprattutto questo che mi piace e la maniera improvvisa con cui si getta avanti come una scogliera contro il mare. Per ora suona solo il jazz, non v'è melodia, solo note, una miriade di piccole scosse. Non hanno sosta, un ordine inflessibile le fa nascere e le distrugge, senza mai lasciare loro l'agio di riprendersi, di esistere per se stesse. Corrono, s'inseguono, passando mi colpiscono con un urto secco, e s'annullano.
Mi piacerebbe trattenerle, ma so che se arrivassi ad afferrarne una, tra le dita non mi resterebbe che un suono volgare e languido. Devo accettare la loro morte; devo perfino volerla: conosco poche impressioni più aspre e più forti.
Comincio a riscaldarmi, a sentirmi felice. Non è ancora nulla di straordinario, è una piccola felicità di Nausea: si estende sul fondo della pozza vischiosa, sul fondo del nostro tempo - il tempo delle bretelle color malva e dele panche sfondate - è fatto di'istanti larghi e molli che ai margini si allargano in una macchia oleosa. Appena nato è già vecchio, mi par di conoscerlo da vent'anni. C'è un'altra felicità: esternamente, v'è questa striscia d'acciaio, l'esigua durata della musica che traversa il nostro tempo da parte a parte, e lo respinge, e lo lacera con le sue secche, piccole punte; c'è un altro tempo.
- Il signor Rndu gioca cuori, e tu passi la maniglia.
La voce scivola e sparisce. Non v'è nulla che morda sul nastro d'acciaio, nè porta che si apre, nè la zaffata d'aria fredda che scorre sulle mie ginocchia, nè l'arrivo del veterinario con la sua nipotina: la musica buca queste forme vaghe e passa attraverso. Appena seduta, la bambina è stata afferrata: si tiene rigida, i grandi occhi aperti, ascolta strofinando il pugno sulla tavola.
Ancora qualche secondo e la negra comincerà a cantare.
Ciò sembra inevitabile, tanto forte è la necessità di questa musica: nulla può interromperla, nulla che provenga da questo tempo ove il mondo s'è arenato; cesserà da sè, più tardi.
Questa bella voce mi piace non per la sua pienezza o per la sua tristezza, ma specialmente perchè è l'avvenimento che tante note hanno preparato, tanto in anticipo, morendo per farla nascere. E tuttavia sono inquieto; basterebbe così poco perchè il disco s'arrestasse: che si spezzasse una molla, che il cugino Adolfo avesse un capriccio.
Com'è strano, com'è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla, tutto può spezzarla.
L'ultimo accordo s'è annullato. Nel breve silenzio che segue sento acutamente che ci siamo, che è accaduto qualcosa.
Silenzio.
Some of these days
You'll miss me honey
Quello chè è accaduto è che la Nausea è scomparsa.
Quando la voce s'è levata, nel silenzio, ho sentito il mio corpo indurirsi e la Nausea è scomparsa.
Di colpo: è stato quasi doloroso diventare così duro, tutto rutilante. Nel tempo stesso la durata della musica si dilatava, si gonfiava come una tromba d'aria. Colmava la stanza con la sua trasparenza metallica, schiacciando contro i muri il nostro tempo miserabile. [...]"
Jean-Paul Sartre
La Nausea
1938